I post del lunedì

I mattoni firmati del vescovo

Da circa mezz’ora Alessandra (la mia nipotina di 10 anni) è accovacciata di fronte allo scaffale più basso della mia libreria, là dove sono stipati ormai decine di libri per l’infanzia che continuo, senza ritegno e sufficiente consapevolezza della mia non più fanciullesca età, a comprare in librerie specializzate, fiere e online.

Guarda i dorsi, ne sfoglia qualcuno, scruta le pagine, scorre i titoli ma sembra che nessun libro oggi riesca davvero ad ispirarla. La osservo in silenzio: i tempi di un lettore sono qualcosa di misterioso ed imperscrutabile e non vanno mai forzati. Poi, all’improvviso, solleva lo sguardo, afferra qualcosa dal ripiano più in alto e mi chiede:

“Che cos’è questo?”

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Ha in mano un mattoncino fatto col DAS, ricordo di unlaboratorio sui laterizi sperimentato con successo qualche anno fa in unascuola elementare.

“È un mattone bollato, cioè sulla superficie riportauna specie di firma, chiamata bollo. Riesci a leggere cosa c’è scritto?”

“Saaabiiinus…. Eeeepiscopus… Fecit… Che lingua è? Che vuol dire?”

“È latino. C’è scritto: ‘Il vescovo Sabino realizzò’. È una firma che mi sono inventata io, non esiste per davvero. Però Sabino non è una mia invenzione; è stato il vescovo, cioè il capo della Chiesa di Canosa di
Puglia tantissimo tempo fa, più di 500 anni dopo la nascita di Cristo”.

“E perché hai scritto il suo nome su questo mattoncino?”

“Aspetta. Ti faccio vedere una cosa”.

Dalla libreria sfilo il volume della mia tesi di dottorato. Quanta fatica mi è costata! Cerco l’immagine del mattone con il bollo sabiniano e glie la mostro.

“Guarda: questo è il vero bollo di Sabino. È strano vero? Si vede una croce e accanto un monogramma, cioè un intreccio di lettere che fanno riferimento, secondo molti studiosi, proprio a Sabino”.

Alessandra mi guarda perplessa. È evidente che qualcosa le sfugge.

“Hmm… E perché questo Sabino firmava i mattoni?”

“Ma non li firmava lui in persona! Sabino fu un vescovo molto particolare: io me lo sono sempre immaginato come un personaggio megalomane, tanto sicuro di sé e desideroso di mostrare a tutti quanto grande fosse il suo potere. Uno che si prendeva troppo sul serio insomma. Viaggiò tanto nella sua vita, visitò città come l’antica Costantinopoli e quando rientrò a Canosa fece costruire nuove chiese che un po’ si ispiravano a quelle che aveva visto altrove. E poiché c’era bisogno di mattoni per costruire questi edifici, decise che molti di essi sarebbero stati bollati, avrebbero cioè riportato la sua firma. In questo modo tutti avrebbero saputo, anche negli anni avvenire, che era stato proprio lui, il vescovo di Canosa, a realizzare le più belle chiese nel sesto secolo”.

Alessandra mi guarda perplessa e intanto si rigira il mattoncino tra le mani. Sento quasi il rumore dei pensieri nella sua testa…

“Come fanno gli stilisti quando disegnano i vestiti e poi ci aggiungono la targhetta con il loro nome!”

“Beh, diciamo di sì. Certo, Sabino avrebbe potuto scegliere una firma più discreta, che magari non occupasse tutta la superficie del mattone, ma come ti ho detto era un tipo alquanto presuntuoso. E poi non è stato l’unico vescovo in Italia in quel periodo a far bollare i mattoni: lo facevano in tanti e sempre in occasione della costruzione di nuove chiese. Pensa che a Canosa, quando abbiamo scavato una delle basiliche fatte costruire da Sabino, quella di San Pietro, in uno degli ambienti c’era un intero pavimento realizzato con i suoi mattoni bollati. Quando l’abbiamo scoperto io e i miei colleghi archeologi siamo rimasti sorpresi. Il tempo ha questo pregio: rende ogni cosa, anche la più improbabile e di cattivo gusto, straordinaria agli occhi degli archeologi. Però, detto tra noi, io un pavimento del genere l’avrei considerato davvero poco raffinato all’epoca, kitsch come dici tu”.

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Sghignazza, ‘kitsch’ è una delle sue esclamazioni preferite quando si tratta di commentare vestiti, borsette o altri oggetti di dubbio gusto.

“Zia ma come facevano a bollare i mattoni? Cosa utilizzavano?”

“Hai presente come si fanno i biscotti con gli stampini? Il procedimento era più o meno simile: si usavano delle matrici in piombo che riportavano già il testo del bollo incavato. Si versava l’argilla, si modellavano i mattoni e si mettevano poi a cuocere in fornace. Sempre a Canosa, dove abbiamo scavato la chiesa di San Pietro di cui ti ho detto prima, sono state trovate due enormi fornaci. Io ci ho scavato sai? Ogni giorno speravamo di trovare all’interno di queste enormi strutture almeno un frammento di mattone con bollo o qualsiasi indizio ci confermasse che i mattoni di Sabino fossero stati cotti proprio lì. Ma nulla. Resta un giallo: a Canosa e dintorni sono stati trovati decine e decine di mattoni con il bollo di Sabino ma nessuno sa dove venissero modellati e cotti. E poi il giallo si infittisce perché oltre ai mattoni con questo bollo, ne sono stati rinvenuti tanti altri con croci, fiori, cerchi concentrici… Insomma, un rebus. Per anni ho provato a risolverlo e capirci qualcosa”.

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“Zia ma tu perché ti sei occupata di mattoni e bolli? Volevi forse aprirti una fabbrica? Non sarebbe una cattiva idea!”, ride. Ho una nipotina tanto vispa quanto dispettosa.

“Ma no, cosa dici! E poi io i mattoni non li producevo mica, li studiavo. Anche se di vecchie fornaci ne ho visitate tante, a Canosa e anche a Lucera. Lo sai, te l’ho detto tante volte, che gli archeologi studiano tutti i materiali che ritrovano in un sito per capire, attraverso di essi, qualcosa in più sulla storia, l’economia, i costumi, la vita di un luogo e degli uomini che l’hanno abitato in passato. E se a qualcuno è toccato studiare le ceramiche o i metalli o i vetri della basilica di San Pietro, io ho dovuto studiare i laterizi.

Guarda: questa sono io semisommersa da montagne di tegole e coppi da schedare. Con tutti i laterizi che mi sono passati sotto gli occhi, avrei potuto costruirmi una casa!”

“E i mattoni di Sabino dove li avresti messi, in bagno?”

“Non sarebbe stata una cattiva idea, sai? Anche se forse il soggiorno sarebbe stato molto più adatto e poi sai che figurone con gli ospiti?”

Ridiamo di gusto. A distanza di anni, ormai alleggerita dal peso non solo reale di tanti laterizi da schedare e dalla responsabilità di un pezzo di storia da ricostruire, è più facile, quasi legittimo riconsiderare le cose con la giusta distanza ed ironia. E i bambini credo ci aiutino proprio in questo: a ridimensionare le grandi domande e dare peso e valore a quelle che invece ci appaiono insignificanti.

“C’è un’ultima cosa che non ho capito. Ma se un bollo c’è, ed è quello che mi hai fatto vedere, perché te ne sei inventata un altro? E come hai fatto a riprodurlo sui mattoncini fatti con il DAS?”

“Dovevo spiegare ai bambini come funzionava la bollatura e volevo che sperimentassero in prima persona l’emozione di imprimere la superficie dei mattoncini modellati con il DAS e riprodurre il bollo. Allora mi è venuta un’idea: sono andata in un negozio di timbri e ho chiesto se potevano realizzarmene due personalizzati. L’uno con la scritta che vedi qua, perché il monogramma era troppo complesso da ricalcare, e l’altro con uno dei motivi decorativi di cui ti ho detto prima”.

“E come è andato il laboratorio? Si sono divertiti?”

“Benissimo! I miei piccoli artigiani si sono entusiasmati tanto, qualcuno voleva persino che gli regalassi i timbri. E alla fine ci siamo ritrovati con una distesa di mattoni e poi anche tegole e mattoncini pavimentali! Avessimo avuto una fornace, avremmo fatto una bella infornata!”

“E li rifacciamo?”

“Cosa?”

“I mattoncini con i bolli? Li fai fare anche a me?”

“Ma tu non stavi cercando un libro da leggere?”

“Mi è passata la voglia. E poi che bisogno c’è di leggere se ci sei tu che mi racconti le storie?”

“Va bene! Andiamo a fare i mattoni firmati”.

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