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Archeologia… in scatola

Si può giocare con l’archeologia? Beh, la risposta è sicuramente positiva per Chiara Bozzi e la madre Rosanna Candon, autrici del gioco da tavolo per bambini “Archeologia, il gioco alla scoperta dei reperti!”. La prima, archeologa, è dottoranda di ricerca all’Università Cà Foscari a Venezia, in cotutela con l’Università di Aix-Marseille e dal 2012 realizza laboratori didattici a tema archeologico per bambini; la seconda è una pedagogista e ha maturato una certa esperienza nel campo ludico educativo, lavorando dal 2004 al 2013 per la “Giochi Preziosi” e a partire dal 2015 collaborando con la società Chicco-Artsana sulla linea di giochi educativi e sui giochi in scatola Family Games.
Le due hanno messo in una scatola lo scavo archeologico, realizzando un gioco adatto ai bambini dai 5 ai 10 anni. “Archeologia, il gioco alla scoperta dei reperti!”, infatti, prevede una doppia modalità di gioco: una adatta ai più piccoli che ancora non sanno leggere e una seconda perfetta per i più grandi che si sentono “archeologi esperti”. Il gioco va bene, quindi, sia per fratelli di diversa età, che per un bambino nei diversi momenti della sua infanzia, vista questa duplice modalità.

Il gioco in scatola consiste in una plancia che simula uno scavo archeologico con al suo interno una serie di strati da “scavare” lanciando un dado. Lo scopo del gioco è quello di riuscire a scavare più strati possibile per ottenere i reperti celati al loro interno e conquistare le carte reperto da posizionare lungo una particolarissima linea del tempo in formato puzzle.
I più grandi possono anche sfidarsi a suon di domande grazie alle 55 carte quiz, dedicate al mondo dell’archeologia e soprattutto al lavoro dell’archeologo. Le domande sono tutt’altro che banali, alcune hanno un grado di difficoltà tale da non escludere l’errore, altre, tinte con una lieve ironia, strappano anche un sorriso al giocatore (“L’archeologo usa il pennello… per dipingere quadri; per pulire i reperti; per truccarsi).

In ogni caso il bambino si trova ad apprendere conoscenze anche piuttosto specifiche e mettere in campo competenze multiple semplicemente giocando e divertendosi. Ed è proprio sulle competenze e sulle intelligenze coinvolte nell’attività ludica che si focalizza l’azienda produttrice del gioco: la Headu. L’elemento didattico è proprio uno dei punti centrali della mission dell’azienda italiana, che sostiene di creare “giocattoli, libri e app divertenti e di alta qualità per lo sviluppo delle competenze di base dei bambini, con un metodo didattico innovativo”.
Sul sito dell’azienda si trovano anche alcuni contenuti aggiuntivi al gioco “Archeologia, il gioco alla scoperta dei reperti!”, scaricabili gratuitamente al seguente link.
Per chi fosse interessato, infine, il prezzo consigliato è di 18 euro, ma si trova anche a 14,90 o a 20 euro a seconda delle scelte del rivenditore.
“Archeologia, il gioco alla scoperta dei reperti!” è un gioco in scatola per i bambini amanti della storia e dell’archeologia, per quelli che le guardano con sospetto o per chi si sente un archeologo nato! Un gioco che diverte i bambini, ma che cattura l’attenzione, e lo spirito agonistico (!), anche degli adulti.

Per avere un’idea più chiara del gioco ho scambiato quattro chiacchiere con una delle autrici: Chiara Bozzi. Di seguito trovate la sua intervista, dove ci svela il dietro le quinte della realizzazione di un gioco in scatola a tema archeologico per bambini. Buona lettura!


Come è  nata l’idea di creare un gioco da tavolo a tema archeologico per bambini?

L’idea è nata, quasi a farlo apposta, per gioco. In occasione del mio 32esimo compleanno ho organizzato una festa con amici e parenti in un bar della mia città. Mia mamma si è presentata con una scatola trasparente, piena di strati di gomma crepla ritagliati a puzzle su cui erano incollate alcune stampe di mie fotografie. Era il mio regalo di compleanno: uno “scavo” della mia vita, dalla foto più recente alla prima che mi è stata fatta. Un regalo originale (e anche un po’ imbarazzante, per via di certe fotografie!), che ho testato subito con i miei amici. Un’occasione per essere presa un po’ in giro, ma in maniera divertente.
Da qui è nata l’idea di creare un gioco che avesse le medesime modalità di questo prototipo, ma che simulasse un vero scavo archeologico. Il progetto originale si è così evoluto, abbiamo pensato quindi di creare un gioco che fosse divertente ma anche un utile supporto didattico per l’insegnamento della Storia nella Scuola Primaria. I reperti sono infatti pertinenti a popolazioni che sono vissute in Italia nell’antichità (come i Villanoviani, gli Etruschi, i Fenici, i Greci della Magna Grecia, i Romani e i Longobardi) e che rientrano nel programma scolastico. La sfida è stata quella di creare un gioco che fosse utile ma anche appassionante, né troppo semplice né troppo macchinoso, che stimolasse i bambini ad approfondire le nozioni imparate a scuola e che potesse aiutare gli insegnanti a spiegare correttamente il lavoro dell’archeologo e il metodo stratigrafico. In fondo l’archeologia è forse una delle discipline che attira maggiormente l’interesse di bambini e ragazzi, poiché stimola la loro fantasia e li avvicina allo studio delle civiltà antiche.

Lavorando con una pedagogista, come si sono coniugate le esperienze dell’una e dell’altra professionista?

Abbiamo cercato di dividerci i compiti in base alle nostre sfere di competenza. Mia mamma si è occupata soprattutto della struttura del gioco, delle abilità necessarie in base alla fascia d’età, delle meccaniche di gioco e del regolamento.
Io ho curato soprattutto l’aspetto archeologico, la scelta dei reperti (anche se avrei voluto mettere più ceramica, ma il carro etrusco piaceva molto alla casa editrice!), la loro successione cronologica, le immagini di riferimento da consegnare all’editore per la realizzazione dei disegni. Direi che il risultato finale appaga entrambe, il gioco infatti è coinvolgente e mi sembra che anche dal punto di vista archeologico sia abbastanza corretto (lo strato con la bottiglia di plastica l’ho pensato proprio per rendere il gioco ancora più realistico!).
Abbiamo dovuto fare i conti anche con le necessità editoriali e apportare alcune modifiche all’idea originale.

Solitamente noi archeologi tendiamo a offrire ai nostri interlocutori una gran mole di informazioni, ma di fronte a un certo tipo di pubblico, come quello dei bambini, dobbiamo operare necessariamente un’attenta selezione dei contenuti da trasmettere.  Quali sono state le tue scelte in tal senso? Quali sono stati i punti che hai voluto emergessero assolutamente dal gioco?

È vero, anche io spesso mi ritrovo a voler comunicare tantissime informazioni e nozioni, è un po’ una deformazione professionale della nostra categoria. Ma avendo esperienza di laboratori didattici negli ultimi otto anni, ho imparato a dosare, a porre l’attenzione su alcuni concetti fondamentali e a lasciare altre cose alla curiosità delle domande o a ulteriori approfondimenti.

Volevo creare un gioco di scavo che fosse il più simile possibile alla realtà, quindi mi sono concentrata su questo. Anche il disegno stesso della plancia di gioco ho voluto che fosse il più realistico possibile (con il nastro che delimita l’area, gli strumenti del mestiere…). Pure una buona parte delle domande si sofferma sul lavoro dell’archeologo, sul suo abbigliamento, sugli strumenti che usa. Ho provato anche a inserire reperti di materiale differente, per mostrare la varietà di oggetti che si possono trovare in uno scavo e quindi le diverse specializzazioni che sono necessarie all’archeologo per ricostruire correttamente un determinato contesto. Soprattutto mi premeva mostrare che, anche se a scuola si studiano, penso per comodità, le popolazioni antiche una di seguito all’altra, come se si fossero succedute in maniera ordinata nel tempo, in realtà esse hanno convissuto per molto tempo in territori limitrofi e quindi a contatto le une con le altre. Per questo motivo i reperti hanno datazioni differenti e la plancia-museo non è una vera e propria linea del tempo, ma appunto un “museo”, in cui i reperti sono organizzati più per popolazione che per cronologia assoluta.

Perché la scelta di un gioco da tavolo per avvicinare i bambini all’archeologia?

Credo che la forza dell’archeologia sia il fatto che fa letteralmente “toccare” con mano la storia, grazie al rinvenimento dei reperti che raccontano la vita quotidiana di uomini e donne vissuti molto prima di noi. L’aspetto tattile è molto forte e volevo cercare di valorizzarlo. Certo non era possibile creare un gioco in scatola con dei veri strati di terra, sarebbe stato troppo complicato. La scelta di creare gli strati come dei puzzle però mi sembra vincente, perché i bambini li recuperano un po’ alla volta, li toccano, li assemblano e ricostruiscono il reperto in essi contenuto. Credo che un’esperienza così diretta permetta loro di apprendere meglio le nozioni che sono veicolate dal gioco, perché sono davvero coinvolti. D’altronde mi è già capitato di sperimentare durante alcuni laboratori didattici quanto sia efficace la simulazione di scavo archeologico per raccontare il nostro mestiere. In fondo questo gioco vuole trasmettere le stesse sensazioni, in maniera ripetibile e soprattutto senza sporcare di terra il salotto!

 

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