I post del lunedì

Genesi di uno scavo archeologico

Ho appena finito un laboratorio con i bambini di una terza elementare e sto tornando a casa ripensando alle due ore appena trascorse.

Come consueto esercizio ripasso mentalmente il laboratorio, lo scambio di battute con i ragazzi, i punti forti e deboli dell’incontro, il linguaggio e le parole che ho usato e le tempistiche dell’attività per capire se c’è margine di miglioramento o se è necessario ricalibrare il tiro per la volta successiva.

Anche questa volta mi si stampa un sorrisetto scemo sulla faccia, perché ripenso alle sempre presenti chicche linguistiche, dall’inconsapevole risvolto comico, sfornate da qualche bambino. Oggi, ad esempio, è stato il turno di “accattivante”. Va bene, lo ammetto, ho usato un termine non proprio immediato per bimbi di 8 anni, mea culpa, ma non è sempre facile, almeno non per me, controllare costantemente ogni singola parola pronunciata. Comunque, mi sono accorta subito dell’“errore” e ho chiesto alla classe se qualcuno di loro ne conoscesse il significato. Ovviamente è calato il silenzio, se non che, da un banco in terza fila, si sono sollevate risatine
gracchianti: un bimbo, senza alcuna malizia, anzi nel pieno della sua verve scenica, stava interpretando la strega cattiva per spiegare ai compagni il significato della parola accattivante…

Domanda. Sincera domanda: come si deve reagire in questi casi? Si deve mantenere un aplomb invidiabile, ma falsissimo, e spiegare semplicemente il termine o ridere di gusto di fronte a quel genio creativo che solo a 8 anni si può avere?

Tornando all’archeologia, ho realizzato che, al di là del tipo di laboratorio o di attività e al di là dell’età dei ragazzi, ci sono alcune domande che i bambini mi rivolgono quasi sempre, come fosse
una costante. Data la trasversalità della cosa ho pensato di provare a rispondere con questo post ad uno dei quesiti più gettonati e ripetuti. Un interrogativo solo apparentemente ordinario e di poca importanza. Mi è capitato anzi, più di una volta, che fossero gli adulti a rivolgermi la stessa domanda.

“Hai un tuo scavo? Come fai quando decidi di scavare? Come inizi uno scavo?

Prima di rispondere cerco di analizzare fino in fondo insieme ai ragazzi queste parole e capisco che la loro idea di scavo archeologico è piuttosto confusa e soprattutto estrema. Alla contro domanda “Secondo voi?” si aprono scenari alieni, cinematografici direi. Si passa dall’esistenza di cantieri innati e perenni dove gli archeologi lavorano quotidianamente come impiegati in un ufficio durante tutto l’arco della loro carriera, a strategici scavi a “groviera” eseguiti sistematicamente fintanto che la fatica non viene premiata dal rinvenimento di qualche “anticheria”. In entrambi i casi è chiaro come il problema dell’inizio non si ponga, i ragazzi semplicemente bypassano la questione e questo mi fa capire quanto serio sia l’argomento.

In realtà non esiste una ricetta preconfezionata che giustifichi la genesi di uno scavo archeologico. Un nuovo scavo viene organizzato e aperto in base a circostanze e motivi
anche molto diversi tra loro. Quindi: come principia uno scavo archeologico? Vediamone
insieme alcuni casi.

Molti scavi vengono effettuati all’interno di progetti scientifici molto articolati e complessi nei quali l’apertura di una nuova area archeologica è necessaria per la comprensione dell’intero sito. In questa categoria si inserisce, ad esempio, lo scavo archeologico del Quartiere Bizantino del
Pythion a Gortina sull’isola di Creta.
Lo scavo, avviato nel 2002, interessa un’area compresa tra il tempio del Pythion e il Pretorio, entrambi già precedentemente indagati dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene.
Questo genere di intervento, insieme ad altri ovviamente, ha contribuito a delineare il volto dell’antica città di Gortina, un sito fisicamente molto esteso e intellettualmente  estremamente
interessante e che ha visto, di fatti, impegnate molte missioni italiane nel tentativo di comprenderne la sua complessità.

In altri casi si interviene su siti già in parte scavati e anche piuttosto noti, perché la notorietà non è sinonimo di completezza di informazioni né di piena comprensione del sistema entro il quale è collocata la determinata evidenza. La villa romana del Casale a Piazza Armerina
(CL) è diventata patrimonio UNESCO nel 1997 ed è conosciuta in tutto il mondo per gli straordinari mosaici policromi ampiamente conservati. Nonostante titoli e celebrità, il sito è tuttora indagato e continuano a essere organizzate campagne di scavo durante le quali vengono aperte nuove aree. Questi recenti interventi hanno chiarito come la villa fosse inserita all’interno di un sistema urbano autonomo e non solo realtà centrale e accentratrice di un grande latifondo.

Particolare della scena della Grande Caccia

Un gran numero di scavi iniziano poi per certificare, verificare e concludere le cosiddette indagini non invasive, operazioni che non comprendono l’atto dello scavo e che solitamente
interessano lo studio di un territorio. Parlo delle ricognizioni (passeggiate sistematiche volte alla verifica del riaffioramento di reperti in superficie), delle prospezioni geofisiche (indagini che
prevedono l’uso di strumentazioni che rilevano le anomalie del sottosuolo) o dell’analisi delle foto aeree o delle immagini satellitari. Non è infrequente, anzi tutt’altro, che grazie a questi studi siano individuate e circoscritte le aree potenzialmente soggette al vero e proprio scavo archeologico.

Esistono poi tutta una serie di circostanze nelle quali la ricerca non è il motore primo che dà l’avvio alle operazioni di scavo.
Durante l’esecuzione di lavori pubblici, ad esempio, è possibile che emergano reperti o strutture
antiche, in quel caso è necessario effettuare, di grande urgenza, scavi archeologici prima di proseguire e concludere suddetti lavori.

Menziono un caso per citarli tutti: nel 2004 durante la realizzazione della stazione di scambio della metropolitana di Marmaray nella zona di Yenikapi a Istanbul, sono stati scoperti i relitti di alcune imbarcazioni bizantine che hanno restituito un incredibile quantità di reperti perfettamente conservati, gli scavi, inoltre, hanno così permesso di individuare l’antico Porto di
Teodosio, uno dei centri commerciali più importanti nel Mediterraneo in epoca tardoantica.

Uno dei relitti bizantini.

Uno scavo archeologico può iniziare anche in seguito a più contenuti lavori edilizi senza che per forza siano grandi opere: la sopraintendenza può, di fatti, prescrivere la sorveglianza archeologica durante l’esecuzione di interventi edilizi se l’area in cui si svolgono è a rischio
e può avviare gli scavi in caso della presenza di materiali archeologici o strutture antiche.

E infine può essere il Caso la causa dell’inizio di uno scavo archeologico, eventualità molto più frequente di quel che si pensa. Può capitare, ad esempio, che un nefasto evento meteorologico, come un’alluvione, costringa a interventi d’emergenza di pulizia e messa in sicurezza e che questi
mettano in luce inattesi reperti. È il caso delle recentissime scoperte avvenute nel Golfo di Baratti a Piombino(LI). Freschissima infatti è la notizia del rinvenimento di una sepoltura villanoviana con un ricco corredo di gioielli in bronzo avvenuto durante le operazioni di
recupero in corrispondenza degli smottamenti causati dall’alluvione dello scorso ottobre.

La sepoltura (Fonte: quinewsvaldicornia.it/piombino)

Quello che ho descritto non è che un semplice elenco di situazioni e tenta di presentare una veloce panoramica delle molteplici e variegate circostanze che conducono ad uno scavo archeologico. Una serie di esempi che mi servono per far capire ai bambini (e non solo) quanto
sia articolato, e soprattutto non univoco, l’intervento sul campo dell’archeologo.

 

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