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“Antico” ma non troppo…

“La sala d’aspetto di un ambulatorio medico è l’anticamera di un girone dantesco”. Ecco cosa sto pensando mentre cerco di farmi piccola piccola per non creare ostacoli a Giacomo, aka il furetto impazzito che da circa mezz’ora fa slalom tra sedie stile Russia anni Ottanta e piante finte di una tristezza indicibile.

Ha sette anni e sua madre è arrivata a un punto tale di sopportazione che non si è fatta scrupoli a mettermi in mezzo. Mi ha indicata come l’attrazione del momento e sottovoce gli ha detto: “Lei è  Samanta, fa l’archeologa, scava per trovare le cose antiche”. Ed eccolo che si avvicina…

“È vero che sei un’archeologa?”, mi chiede piegando la testa di lato.

“Sì, vero, giuro!”.

“E trovi le cose antiche?”.

“Eh, sì. Ma non solo… Secondo te quanto sono antiche le cose che trovo?”, azzardo a domandargli. Del resto anche io mi sto annoiando mortalmente.

“Tantissimissimo!”, e lo dice alzandosi sulle punte dei piedi e spalancando le braccia: certi concetti vanno sottolineati a dovere!

“Tipo quanto?”, insisto.

“Tipo… Tipo i miei nonni!”.

Ecco…

Il concetto di tempo è relativo, si sa, te lo insegnano anche alle elementari. Ma mentre tornavo a casa pensavo proprio a come uno dei luoghi comuni più diffuso associ il lavoro dell’archeologo alla scoperta di oggetti e civiltà che sono lontani da noi secoli e secoli, millenni addirittura.

Eppure non è così, non sempre almeno.

Esiste ad esempio una branca della disciplina, sviluppatasi a partire dagli anni Cinquanta del Novecento in Inghilterra che si chiama archeologia industriale e che studia le testimonianze che hanno per l’appunto a che fare col processo di industrializzazione della nostra società dalle origini del fenomeno, quindi dalla seconda metà del Settecento fino, tecnicamente, ai giorni nostri.

Scavo in corso delle fornaci sul sito di Jackfield, fabbrica inglese di mattoni e ceramica di epoca vittoriana. (Fonte: ironbridre.org.uk)

Di cosa si interessa un archeologo in questo caso? Semplice, come per i colleghi che si occupano di epoche più antiche, studia i reperti e le testimonianze – in questo caso: macchine, edifici, tecnologie, infrastrutture sorte in questo periodo – e cerca di ricostruire le conseguenze economiche e sociali che l’impatto di tali impianti può aver avuto sul paesaggio (umano e naturale) e sul territorio circostante.

Vi sembra strano? Eppure, se ci pensate, non è poi così assurdo. D’altronde se le tecniche e le metodologie archeologiche vengono comunemente impiegate per indagare e conoscere meglio il nostro passato, perché dovrebbero esistere limiti sul concetto di passato? Esistono forse leggi che stabiliscono parametri per definire se qualcosa sia abbastanza antico e quindi se possa o non possa essere studiato con un approccio archeologico? Ebbene, no. Ricordate quando vi ho raccontato quanto anche un semplice cestino della spazzatura – anche quello della vostra classe  – possa raccontare di voi?

Indagini di questo tipo inoltre, sono particolarmente interessanti e utili perché spesso si configurano come necessari momenti di comprensione e salvaguardia delle testimonianze del passato che precedono progetti di riqualificazione di vecchi edifici industriali per i quali si è deciso una riconversione funzionale e un riutilizzo, diciamo pure “una seconda vita”, all’interno della geografia urbana o di un territorio. Ne è un esempio l’antica raffineria di zolfo di Catania che, dopo aver cessato la sua attività alla fine della Seconda Guerra Mondiale e dopo un lungo periodo d’abbandono, è ad oggi un importante centro congressuale, fieristico e culturale affacciato sul lungomare della città in prossimità della stazione centrale.

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Complesso de “Le Ciminiere” di Catania. (Fonte: provincia.ct.it)

Avete un po’ di nostalgia di terra e scavi? Vi accontento subito e magari accontenterei così anche il piccolo Giacomo, per il quale il massimo dell’antichità è rappresentato dai suoi nonni. Sarebbe forse felice di sapere che effettivamente c’è qualcuno che scava dei reperti “particolari” che risalgono a quel periodo lì e un poco prima. Pensate che noi archeologi ci dilettiamo solo con antiche strade? Pavimenti di ville in marmo? Muri decorati con affreschi meravigliosi? Mosaici d’incredibile fattura e pregio? Ebbene no, a volte abbiamo a che fare anche con… un carro armato!

Il carro armato di Cambrai in corso di scavo. (Fonte: facebook.com)

Siamo a Cambrai, in Francia, nel 1917 nelle ultime fasi della Prima Guerra Mondiale, durante la battaglia tra le forze di spedizione britanniche e quelle tedesche e molto probabilmente questo cingolato (proprio la città di Cambrai è uno dei primi teatri di guerra in cui si impiegano i carri armati) è accidentalmente finito in una fossa, abbandonato e in seguito seppellito, fino a quando qualcuno non si è imbattuto in esso.

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Il carro armato ad operazioni di scavo concluse. (Fonte: facebook.com)

 

Si tratta ovviamente di ritrovamenti eccezionali, ma così come si possono indagare archeologicamente campi di battaglie di epoche più remote, come ad esempio è stato fatto per la collina di Kalkriese nella Bassa Sassonia, luogo di una delle più terribili disfatte subite dall’esercito romano, quella avvenuta nella selva di Teutoburgo, allo stesso modo si possono studiare ad esempio relitti di torpediniere, trincee e fosse comuni risalente agli ultimi conflitti bellici, utilizzando lo stesso approccio e gli stessi mezzi.

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Maschera da parata di ferro rivestita d’argento di un cavaliere romano rinvenuta sul luogo della battaglia di Teutoburgo. (Fonte: wikipedia.org)

 A volte poi ciò che ritroviamo supera ogni limite immaginato e purtroppo anche ogni limite lecito. Perché quando si scava non si sa mai veramente cosa ci apparirà davanti agli occhi, possiamo supporlo, dopo anni e anni di studio siamo preparati a trovare e riconoscere oggetti che vanno dalla Preistoria in poi… ma ormai avrete capito che anche la modernità produce i suoi “reperti”, i suoi scarti e può capitare che mentre sei su un cantiere alla ricerca delle tracce degli uomini del passato, tu ti trovi invece faccia a faccia con ciò che di peggio hanno prodotto – e poi interrato per disfarsene – gli uomini del presente: amianto, terra contaminata da rifiuti tossici e pericolosi, i frutti marci del tanto decantato progresso.

“Il terreno ha memoria. Ricorda OGNI COSA che ha visto e vissuto”

scrive Lidia Vignola nel suo libro “La memoria del fuoco”.

Già, e il discrimine non sta certo nel grado di antichità di ciò che cela…

 

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