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Quattro passi nella Storia…

L’argomento per questo post è l’esito di una piccola riflessione che mi sono trovata a fare in questi giorni digitando su Google le due parole chiave che stanno alla base di questo blog: “archeologia” e “bambini”.

Il risultato da un lato, lo ammetto, mi ha piacevolmente stupito: migliaia di risultati che raccontano come, soprattutto negli ultimi anni – per fortuna – molti colleghi archeologi si siano impegnati nel cercare metodi sempre migliori per comunicare le tematiche archeologiche ai più piccoli: libri, laboratori didattici, giochi a tema (compresi quelli sui dinosauri, sigh!), visite guidate…

Il fatto è che io stavo cercando altro… Quello che mi interessava era il numero di notizie archeologiche relative a bambini, stavo cercando, insomma, i bambini del passato. Ho scelto apposta di fare una ricerca “ambigua” per avere in realtà una piccola conferma.

Forse non ci avete fatto caso, ma provate a rifletterci: quanti oggetti appartenuti a bambini avete visto visitando un museo archeologico? Pochissimi, forse nessuno. Se partiamo dal presupposto che gli archeologi studiano gli uomini del passato attraverso le tracce materiali che essi hanno lasciato, verrebbe quasi da chiedersi: ma allora… i bambini non esistevano?

Sembra un paradosso, ma conosciamo come doveva essere la loro vita soprattutto perché troviamo talvolta i loro piccoli scheletri (che si conservano, tra l’altro, peggio di quelli degli adulti) che ci raccontano le condizioni di vita in un passato in cui la mortalità infantile era altissima.

Conosciamo poi alcuni loro giochi, è vero, ma proprio recentemente, soprattutto per l’epoca preistorica in cui l’interpretazione di alcuni rinvenimenti è resa più difficile dal fatto che non abbiamo ad esempio documenti scritti che ci aiutino nell’identificazione, molti studiosi stanno rivalutando l’effettiva funzione di alcuni oggetti finora ritenuti “rituali” (una delle definizioni con cui noi archeologi spesso ce la caviamo quando non sappiamo bene cosa abbiamo tra le mani) che invece potrebbero non essere altro che giochi di bambini.

Pannello illustrativo di scena di vita neolitica di Mauro Cutrona relativo alle nuove sale espositive del Museo di Storia Naturale di Pisa (Calci) dedicate allo scavo della Grotta del Leone

Insomma, i dati archeologici in nostro possesso sono scarsi e spesso anche male interpretati. D’altronde, si sa, il lavoro di un ricercatore comincia quando ci si pongono delle domande. Questo primo passo è in un certo senso quello decisivo dal momento che i risultati della ricerca dipendono in buona misura dalle domande a cui si cerca di rispondere. E come è facilmente immaginabile, la vita quotidiana dei bambini del passato non è mai stata in cima alla lista delle domande degli studiosi del passato.

Ho scelto allora di raccontarvi oggi di quattro ritrovamenti eccezionali riguardanti i bambini, non si parlerà né di sepolture né di giochi. A dire il vero, mi sono accorta (a posteriori, lo ammetto) che l’argomento comune sono… i piedi!

1. I primi passi

Siamo nella Preistoria, quella vera e profonda, quella lontanissima: 700.000 anni fa! Ci troviamo in Africa, in quella che oggi si chiama Etiopia, per la precisione. Quello insediatosi ai bordi di una piccola pozza d’acqua in cui vengono ad abbeverarsi numerosi animali è una comunità di cacciatori paleolitici che scheggiano le pietre da cui ricavano strumenti con cui uccidono le prede e con cui macellano le carcasse. Il gruppo si muove seguendo gli spostamenti degli animali, ci sono uomini, donne e bambini. Come lo sappiamo?

Agli inizi di quest’anno alcuni ricercatori italiani de La Sapienza di Roma che scavano sul sito di Gombore II-2 a Melka Kunture hanno fatto una scoperta incredibile. Hanno trovato delle impronte rimaste impresse nel fango e appartenute ad alcuni adulti e a bambini di uno, due e tre anni. In particolare, uno di questi bambini in tenera età probabilmente non camminava ancora: è sua l’impronta di un piede che calpesta ripetutamente il suolo dondolandosi sul tallone, e sue le tracce di piccole dita, in parte sovrapposte tra loro, impresse probabilmente mentre cercava di muovere i suoi primi passi. Non vi sembra di vederlo mentre cerca di stare in equilibrio e prova a seguire gli altri?

Le impronte ritrovate dagli archeologi italiani (fonte: ansa.it)

2. “Ooops!”: l’impronta sul mattone

Facciamo un lunghissimo salto in avanti nel tempo e arriviamo all’anno 123 d.C. Siamo in pieno periodo imperiale, Adriano regna su un territorio vastissimo e da qualche parte, non lontano da Roma, nei pressi di una fornace, il lavoro procede a pieno ritmo: una serie di mattoni è stata lasciata ad asciugare prima di poter essere cotta. Non sappiamo se questo mattone fosse già stato bollato col marchio di fabbrica (che ci fornisce una datazione precisa per la sua produzione), quel che sappiamo è che in questa fase, quando l’argilla era ancora morbida, un bambino ci lasciò una sua impronta, magari correndo, magari volontariamente, magari proprio per fare un dispetto al padre che lavorava lì, chissà…

Diversi secoli dopo quel mattone è stato ritrovato lungo la via Appia ed è attualmente esposto nella sezione epigrafica delle Terme di Diocleziano (Museo Nazionale Romano). Certo, il bollo è ben conservato e di grande interesse, ma ciò che rende davvero unico questo mattone, fatto in serie e identico a milioni di altri mattoni sparsi in tutto l’Impero, sta proprio in quell’impronta: la traccia di una piccola vita – peraltro datata alla perfezione – rimasta impressa nell’argilla e giunta fino a noi.

Mattone di epoca romana con bollo (123 d.C.) e impronta di piede di bambino (Museo Nazionale Romano -Terme di Diocleziano)

3. Camminando lungo il confine

Per chi non lo sapesse il sito di Vindolanda è famoso principalmente per due motivi: il primo è che si tratta di uno dei più importanti e conosciuti forti costruiti dai Romani dopo la conquista della Britannia (il Vallo di Adriano, la “frontiera” che divideva i territori romani da quelli non-romani venne costruito più tardi, a pochi chilometri di distanza); il secondo motivo è che durante gli scavi, grazie al tipo di terreno in cui si sono conservate (praticamente intatte), sono emerse centinaia e centinaia di scarpe risalenti a 2000 anni fa!

A lungo ci si è interrogati sul tipo di insediamenti che dovevano sorgere lungo il confine dell’impero, il cosiddetto limes. Ormai gli studiosi concordano nel pensare che si trattasse di veri e propri villaggi (più che accampamenti militari) e che la frontiera dell’impero rappresentasse in realtà una barriera molto fluida in cui i contatti tra chi stava dentro e chi stava fuori erano costanti. Un altro aspetto su cui concordano è che la popolazione non fosse costituita solo da soldati, ma anche da “civili” tra cui anche donne e bambini. E se ci fossero stati dubbi, dalla terra sono giunte le conferme…

Scarpa di bambino rinvenuta nel sito di Vindolanda (fonte: Vindolanda Trust)

4. Calzini a righe: un must da 1700 anni!

Mi dispiace deludere  gli hipster modaioli che pensano di aver ridato lustro e valore al calzino che spunta ormai da innumerevoli risvoltini in giro per le città, ma… beh, i bambini egiziani del 300 d.C. a quanto pare possedevano già set coloratissimi di calzini! Rinvenire resti di tessuti in uno scavo è rarissimo, accade talvolta in Egitto proprio grazie alle particolari condizioni climatiche.

Per quanto ne sappiamo finora, gli Egiziani sono stati i primi a creare calzini a maglia (se ci fate caso, inoltre, l’alluce è diviso dal resto delle dita per poter indossare i sandali – non molto diverso da alcuni modelli moderni!) ma c’è di più, perché dalle analisi condotte su alcuni esemplari conservati al British Museum di Londra, pare che le tecniche per tingere il tessuto prevedessero la combinazione di tre diverse tinte naturali. Veramente fashion!

Due esempi di calzini rinvenuti in Egitto e risalenti al IV secolo d.C. (fonte: British Museum)

Insomma, trovare le tracce dei bambini del passato sarà anche una rarità, ma forse è proprio l’eccezionalità che ci fa sgranare gli occhi ed emozionare, non credete?

 

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