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Stanotte dormiamo al museo!

Domenica mattina. Saranno le 6 o poco più ed io credo di aver dormito tre ore al massimo. Socchiudo gli occhi e nella penombra cerco di capire dove sono, perché a casa non sono di sicuro, almeno questo me lo ricordo. Mi guardo attorno e accanto a me vedo una teca di vetro con dentro degli enormi vasi in terracotta: crateri a mascheroni.

Realizzo anche di aver dormito in un sacco a pelo (quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto? A vent’anni?), forse è per questo che ho la schiena che mi fa male.

Poi, all’improvviso, un ometto mi si avvicina, mi punta un dito nell’occhio – per poco non mi acceca – e mi dice: “Non riesco più a dormire!”.

Ahhh!!! Ecco dove sono! Al museo! Questa è la notte o meglio la mattina successiva alla notte al museo per i bambini!

“Gabriele è ancora presto! Stenditi nel tuo sacco a pelo, chiudi gli occhi e riposati ancora un po’. In fin dei conti, è domenica mattina!”

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Ma Morfeo, a quanto pare, si è dileguato nelle tenebre, dio birbante! Perché uno dopo l’altro tutti i venti bambini, che con i loro sacchi a pelo hanno invaso la sala più grande del museo, cominciano a stiracchiarsi, a parlottare, a riaccendere le torce, a lanciarsi i cuscini… Insomma, alla fine non si riesce più a tenerli, l’euforia è ancora alle stelle e il sonno (scarso) non l’ha affatto placata. Tanto vale alzarsi.

“Va bene, vi potete alzare… Prima i maschietti e dopo le femminucce andate in bagno e poi colazione!”

Il museo archeologico della città in cui vivo – Bitonto – è interamente dedicato ai Peucezi, un popolo che occupò gran parte della Puglia centrale prima dell’arrivo dei Romani. Quello che sappiamo su di loro è davvero poco e perlopiù basato sul ritrovamento di tombe con corredo, spesso oggetti assai pregiati e di rara bellezza. Erano agricoltori, allevatori e soprattutto guerrieri. La mia Bitonto, Butuntum, fu uno dei centri più importanti abitati dai Peucezi e in questo piccolo museo c’è una collezione di reperti – vasi, armi, elmi – di tutto rispetto, che merita di essere conosciuta e apprezzata anche dai più piccoli.

Di eventi per coinvolgere la cittadinanza se ne organizzano tanti e di diversi tipi, rivolti a fasce differenziate di utenti. Ma attirare un bambino, fare in modo che ci ritorni una seconda e poi una terza volta, e lo dica ai suoi genitori, ai nonni, agli amici di scuola è un compito molto più difficile e complicato, una di quelle scommesse che se la vinci puoi
ritenerti soddisfatto e a posto con la tua coscienza professionale di archeologa.

I bambini partecipano se l’occasione è ghiotta, se c’è un evento di quelli che difficilmente ci si può dimenticare e che sono destinati a rimanere per sempre nella memoria infantile.

Un evento come la notte al museo per esempio! La verità è che io ho la fissazione di dormire al museo da sempre: sono anni che cerco di partecipare alle notti organizzate da altri o di proporne io stessa una ai musei che conosco.

La volta buona sembra finalmente arrivata, la squadra giusta c’è (oltre a me Gianna Lomangino, la libraia della libreria per ragazzi e fumetteria Hamelin, Nicola Pice, direttore del museo, e quattro ragazzi, tra tirocinanti e studenti, di buona volontà che ci danno una mano), il programma è fitto, libri, matite e torce ci sono e l’entusiasmo è incontenibile, ce ne accorgiamo subito.

La notte al museo in realtà inizia molto prima dell’ora della nanna. Alle 19 tutti e venti i bambini sono già arrivati, con tanto di zaino e sacco a pelo. Sembra quasi di stare in un campeggio! I genitori non ne vogliono sapere di staccarsi dai loro figli: “Hai preso lo spazzolino? Sicuro che vuoi rimanere? Hai bisogno di qualcosa?”. Facciamo più fatica a tranquillizzare loro che a tenere buoni i bambini che nel frattempo cominciano ad agitarsi.

Poi, finalmente la lunga maratona comincia: giriamo per le sale del museo, guardiamo gli oggetti nelle vetrine, che oggi mi sembrano più splendenti che mai, respiriamo il sapore della storia, proviamo ad immergerci in un mondo fatto di miti ed eroi ed avendo ciascuno un’immagine, un reperto, un volto scolpito nella mente cominciamo a modellare l’argilla.

Il mito è il filo conduttore di questa lunga notte perché la cultura dei Peucezi, come della maggior parte dei popoli antichi, era imbevuta di fatti e credenze mitologici e tanti sono gli eroi e le divinità dipinti sulle superfici dei vasi.

La lettura drammatizzata del mito di Giasone, con tanto di costumi di scena e personaggi, è così un gran divertimento per i bambini, che riscoprono assieme il piacere della narrazione e della lettura ad alta voce, proprio qui, in uno spazio carico di storia e di leggenda.

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La serata continua con una cena mitologica a base di cotoletta e patatine e la visione di uno di quei cartoni animati che chi ama i supereroi non può non aver visto: Hercules!

Il momento-cinema serve più che altro a noi grandi per riprendere un attimo fiato, riorganizzare spazi e pensieri, mangiare un trancio di pizza al volo e domandarci l’ennesima volta: ma siamo proprio sicuri di voler dormire con questi venti ragazzini super-eccitati tra decine di vasi con il rischio che qualcosa vada in frantumi con buona pace dei Peucezi?

Ormai siamo qui e non possiamo più tirarci indietro, tanto più che i nostri piccoli eroi sono talmente elettrizzati all’idea di dormire (o meglio di non dormire) al museo che di Hercules, dopo neanche mezz’ora di proiezione, non vogliono più saperne: vogliono stendere i sacchi al pelo e accendere le torce.

“Quando facciamo il giro del museo alla luce delle torce? Dov’è il mio sacco a pelo?” mi chiede ogni cinque minuti Gabriele, la mascotte di questa notte.

E sacco a pelo e torce siano! Il museo si trasforma in pochi istanti in un dormitorio colorato e l’atmosfera, quando le luci si spengono e la luce delle torce rimbalza di vetrina in vetrina e di volto in volto, è di quelle magiche: io un museo così non l’ho mai visto in vita mia e l’immagine di me, che legge la storia del cavallo di Troia alla luce delle torce, seduta tra decine di sacchi a pelo e circondata da bambini alcuni assorti, altri distratti, altri rapiti dall’eccezionalità del momento, è una di quelle che mi porterò nella mia mente a lungo.

Dormiamo poco, molto poco. Non c’è verso di tenerli buoni e provare a conciliare il sonno in qualche modo. Chi ci sveglia perché non ce la fa a dormire, chi perché ha sete o deve andare al bagno… La notte va avanti così e il mattino arriva presto e subito son tutti pronti per il laboratorio finale di fumetto.

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Quando io ero bambina le notti al museo non le organizzava nessuno, ancora non c’erano le archeologhe pazze ed ostinate come me e come tanti. Se da qualche parte qualcuno avesse organizzato qualcosa di simile, mi ci sarei fiondata. Ci ho messo molti anni però a capire cos’è un museo e l’ho capito non certo all’Università o andandoci nei musei, ma molto dopo e in parte anche grazie ai bambini: ascoltandoli, sforzandomi di inventare delle storie e delle attività che ne stuzzicassero la curiosità.

Se vogliamo che i bambini imparino a frequentare abitualmente i musei e lo facciano non perché qualche adulto glielo impone ma per libera scelta, dobbiamo sforzarci noi grandi, soprattutto chi di archeologia, beni culturali e dintorni si occupa, di trasformare quelli che abitualmente sono tristi e anonimi ripostigli delle memorie passate, dalla forte connotazione specialistica e con un apparato di comunicazione che più repellente non si può, in contenitori culturali vivaci e accoglienti, dove i più piccoli possano imparare, divertirsi, scoprire, fare amicizia, giocare…

La notte al museo, che probabilmente agli occhi di molti può apparire come una dissacrante iniziativa pseudoculturale, assai poco educativa, è invece l’ennesimo tentativo, direi riuscitissimo, di svecchiare i nostri patinati musei, restituirli alla comunità tutta affinché in essi ritrovi una parte di sé e un pezzetto importante della propria storia, personale e collettiva.

Personalmente, la più grossa conquista alle 10 del mattino successivo, dopo 15 ore non-stop e il desiderio fortissimo di un caffè di quelli forti, sono i sorrisi dei bambini, la loro quasi reticenza ad andar via, la gioia nei loro volti soddisfatti, il grazie dei genitori che subito ci chiedono: “Quando organizzate la prossima iniziativa?”

Per questa volta la mia, la nostra scommessa è vinta.

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