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Anfora-story, capitolo 2

La nostra storia a bivi continua! Nella prima parte l’anfora Graf ha iniziato a raccontarvi la sua storia, lasciandovi poi decidere se seguire gli archeologi o Menofilo, uno schiavo che lavorava a Vignale nel I secolo d.C.

Se volete saperne di più sulle storie a bivi, leggete il post introduttivo di questa serie.

Se vi siete persi il primo capitolo di questa storia, tornate indietro cliccando qui.


 

“Menofilo!!!” ringhiò Antioco.

“Per Zeus, e ora che cosa sarà successo?” pensò tra sé e sé lo schiavo, con un brivido che lo percorse da capo a piedi e che lo spinse ad alzarsi da terra.

“Menofilo, che cosa ci fai qui??? Non so da quanto tempo ti sto cercando… Ti avevo ordinato di presiedere alla cottura della nuova infornata di mattoni! O mi sbaglio?”

“No no, mio dominus, non vi sbagliate. Ma la fornace è sulle rive della laguna, le zanzare mi stavano mangiando, così ho infornato il secondo carico di mattoni e mi sono allontanato per qualche minuto.”

“Qualche minuto???” tuonò Antioco

“ Forse più di qualche minuto – ammise Menofilo – ma avendo preso attentamente il tempo della prima infornata sono sicuro che ancora la seconda non è pronta!”

“Sei veramente sicuro? E se ti dicessi che la seconda infornata è completamente da buttare: tutti i mattoni sono troppo cotti!!!”

Menofilo cominciò a sudare copiosamente: “Ma ma ma ma… com’è possibile???”

Antioco esplose: “Forse per te è troppo difficile capire che se la fornace è già calda, i mattoni si cuociono prima???!!! Funziona così anche per il pane!!!”

“Mi dispiace mio dominus, ma le zanzare non mi hanno dato tregua e mi sono distratto.”

“Ti sei distratto?!! Ti sembra che quando io lavoravo alle fornaci di Marco Fulvio sul Tevere non fossi bersaglio delle zanzare? Ti sembra che Marco Fulvio mi avrebbe liberato se non avessi dato prova della mia disciplina? Ti sembra che mi avrebbe concesso questa fornace sulla via Aurelia se non avessi gestito perfettamente le operazioni nell’altra? La libertà te la devi guadagnare e Marco Fulvio, se avessi mai commesso un errore come il tuo, mi avrebbe frustato senza pensarci due volte! Fila via e rimedia al tuo misfatto, prima che cambi idea!”

Menofilo non se lo fece ripetere due volte. Si voltò di scatto e, lasciandosi le colline e la via Aurelia alle spalle, si diresse verso la fornace. Davanti a lui il sole si specchiava nella laguna di Falesia e tra non molto sarebbe scomparso dietro l’isola d’Elba. Alla sua destra la villa era meravigliosa, con il suo ingresso a mare. Inutile guardarlo e sospirare… purtroppo lui non se lo sarebbe mai goduto, era solo uno schiavo!

Lì accanto, invece, la stazione di posta era ancora un cantiere aperto: lui aveva appena cominciato a produrre i mattoni e Antioco voleva fosse tutta in mattoni! Un lavoro mostruoso lo attendeva: certo, c’erano anche altri schiavi, ma erano degli scansafatiche, non poteva delegare molte operazioni.

In realtà a quel luogo si era affezionato: a parte le zanzare in fondo non si stava così male. Era la sua condizione a opprimerlo. Con Antioco era ai ferri corti. Oggi aveva sbagliato lui, non c’è dubbio, ma pensare che la sua vita sarebbe continuata in quel modo per chissà quanto tempo lo deprimeva. E se fosse scappato? Raggiungere la Corsica con una nave non doveva essere così complicato… là avrebbe fatto perdere le sue tracce e si sarebbe rifatto una vita! Che tipo di vita non se lo immaginava, ma era una ipotesi reale. L’alternativa era rimanere lì e giocarsi le sue carte: cambiare registro, diventare disciplinato nel lavoro e dimostrare che poteva guadagnarsi la libertà. Mentre si dirigeva verso la fornace Menofilo rifletteva su queste possibilità: secondo voi cosa avrà scelto?

Andare avanti così? La prospettiva era veramente deprimente. Per quanto fosse affezionato a quel posto non ce la faceva a continuare tra zanzare, lavoro durissimo e rischio di frustate. Ne aveva abbastanza. L’idea della Corsica, così vicina e così adatta a far perdere le sue tracce e rifarsi una vita, era troppo attraente. Quella notte sarebbe scappato. Trovare un qualche tipo di imbarcazione per attraversare il mare non sarebbe dovuto essere così complicato; in tutti quegli anni era riuscito di soppiatto a mettere da parte un gruzzoletto, e questo era il momento giusto di utilizzarlo.

Nel bel mezzo di quella notte senza luna, Menofilo lasciò Vignale e non vi fece mai più ritorno.

Questa scelta ha portato a una fine anticipata del racconto, senza dirvi niente sul graffito. Se vi piace questo finale arrivederci alla prossima storia, altrimenti tornate al bivio precedente e scegliete l’altra possibilità!

Era una questione d’orgoglio. Le condizioni non erano certo le migliori ma non poteva darla vinta ad Antioco: sapeva di essere in grado di gestire la produzione di mattoni e voleva dimostrarlo. Se fosse andato tutto come aveva previsto, il suo padrone non avrebbe potuto negargli la manomissione e, quindi, la libertà. Non sarebbe stato più schiavo; in Corsica ci sarebbe andato più avanti nella sua vita, da uomo libero.

Arrivò alla fornace con la testa sgombra, la decisione era presa. Non poteva subito mettersi al lavoro, la fornace era ancora rovente dopo il disastro che aveva combinato poco prima, perciò andò a controllare che sui mattoni della successiva infornata gli altri schiavi avessero già impresso il bollo di Antioco. Notò che avevano fatto un buon lavoro: le lettere si leggevano bene. M FULVI ANT, Marco Fulvio Antioco. Anche lui, una volta libero, avrebbe potuto mettere il suo bollo sui mattoni, se avesse seguito le orme del suo padrone. Che soddisfazione sarebbe stata leggere M FULVI MENOPHILUS. Un bollo che indicasse la qualità della produzione, che avrebbe viaggiato con i mattoni nei luoghi in cui li avrebbe commerciati.

 

Menofilo sognava ad occhi aperti e quando un ostacolo gli si parò davanti, non se ne accorse. Inciampò e cadde sonoramente a terra: le mani erano un miscuglio di sangue e argilla fresca e anche le risate sommesse degli altri schiavi non si fecero attendere. Si voltò per capire su che cosa avevo urtato e vide una grossa anfora riversa per terra. La sollevò e la osservò attentamente: fu in questo momento che un’idea balzana gli frullò in testa. 

Volete sapere come continua la storia? Appuntamento al prossimo post con il gran finale!

“Non penso proprio, guarda meglio! – disse Michela, l’archeologa più giovane – Queste sono delle incisioni, c’è scritto qualcosa!”

“Ma no, figurati – affermò con sicurezza Vincenzo, l’archeologo più esperto – non ti far venire in mente ipotesi fantasiose. E’ raro trovare iscrizioni graffite sui vasi, a Vignale sarebbe la prima. Questo frammento di anfora è molto sporco e probabilmente sono incisioni casuali: ma se credi che quei segni possano essere altro, lava pure il pezzo e togliti ogni dubbio. Ti avverto però che sono piuttosto scettico e qui abbiamo ancora tanti sacchetti da mettere in ordine…”

Michela guardò il frammento di anfora, indecisa sul da farsi. Vincenzo aveva ragione: aveva volato troppo con la fantasia, come al solito. Quando studi ti sembra sempre che qualunque cosa ti capiti per le mani debba riservare per forza qualche sorpresa, invece purtroppo non è così, le sorprese arrivano quando meno te le aspetti. Inoltre il giorno dopo aveva un esame, ed era venuta a dare una mano in laboratorio perché da vera secchiona aveva già finito di ripassare. Però insomma, c’erano degli argomenti ostici che avrebbe voluto riguardare ancora. E ancora dovevano finire di mettere in ordine… sarebbe servita perlomeno un’altra mezz’ora!

Però quelle incisioni… sembravano proprio l’inizio di una parola…

Voi che cosa avreste fatto se foste stati in Michela?

 

* Seppur verosimili, sia la scena che gli archeologi protagonisti sono frutto della fantasia dell’autore. I reperti dell’Associazione Archeologica Piombinese erano già stati lavati quando sono stati consegnati all’Università di Siena.

Con un esame alle porte meglio non perdere tempo con i cocci. Avete deciso che per Michela sia meglio tornare a studiare, e in fretta.

“Michela, fai la persona seria! – disse a sè stessa la giovane archeologa – “domani hai un esame, ti pare il momento di mettersi a fantasticare di fantomatiche iscrizioni, nemmeno fossi in un film di Indiana Jones…”

Non bastasse il pensiero dell’esame, la sola idea di mettersi a lavare ceramica in quella stagione le faceva già immaginare un fine settimana tosse e raffreddore. Certo, si trattava di un solo pezzo, ma chi le assicurava che una volta riempito un secchio di acqua Vincenzo non le avrebbe chiesto di lavare altri frammenti? Lui studiava la ceramica per la sua tesi di laurea e non c’era bisogno di qualcosa di straordinario come un’iscrizione per farlo innamorare di un coccio: qualunque cosa avesse tra le mani poteva valer la pena di essere lavata immediatamente. Meglio non rischiare!

Michela ripose la spalla di anfora nel cassetto insieme agli altri pezzi provenienti dai campi sottostanti la Via Aurelia e stava cercando il buco esatto nella cassettiera in modo da mettere tutto al proprio posto, quando il professore entrò in laboratorio…

“Sono arrivati i pezzi da Piombino? Bravo Vincenzo, vedo che avete già quasi finito di riordinarli tutti! Non vedo l’ora che inizi a studiarli… anche se vengono da ricognizione possono riservarci informazioni e sorprese. E tu Michela, cosa hai lì davanti a te? Bella questa spalla di anfora, qui partiva l’ansa e qui… hai visto che qui c’è un iscrizione?”

Il professore aveva notato la stessa incisione graffita vista da Michela e aveva sfregato via la terra secca con il pollice della mano destra: ora si vedevano altre incisioni, che chiaramente andavano a formare una parola.

“Così a occhio mi sembra in greco, chissà cosa c’è scritto?? Vincenzo, questa la devi studiare per bene, mi raccomando!

Il telefono del professore squillò: la segreteria lo reclamava. “I miei doveri burocratici mi chiamano, buon lavoro ragazzi!” Uscì dalla stanza lasciando tutti di sasso.

“Ecco, la solita scena, arriva lui e in pochi istanti scopre cose che a noi sfuggono perché siamo poco decisi!!” esclamò Vincenzo.

“E anche troppo sicuri di sé stessi…” pensò Michela, troppo depressa per dire qualunque cosa. Scura in volto, salutò Vincenzo e se ne andò anche lei. Per fare gli archeologi bisogna essere testardi, molto testardi. E dopo questo episodio non se lo sarebbe dimenticato tanto facilmente.

Questa storia finisce qui! Dopo l’intervento del professore, Michela era troppo depressa per poter continuare a farsi domande sull’iscrizione. Se ne vuoi sapere di più, torna indietro e al bivio prendi l’altra direzione.

“Al diavolo l’esame! Non ho saltato una lezione e studio le stesse cose da un mese; ormai quello che dovevo imparare l’ho imparato.” Michela ostentava sicurezza e i voti che aveva ottenuto fino a quel momento la aiutavano ad andare avanti più spensierata nel suo intento.

Gli archeologi sono testardi e curiosi, per natura. Studiano, certo, studiano molto ma quando scavano o hanno a che fare con un oggetto sanno che non devono sottovalutare nessun indizio che gli si pari davanti.

Michela osservava la spalla di anfora. La terra che c’era ancora sopra copriva qualcosa, ne era certa. Era ora di chiarire una volta per tutte la questione.

Prese una bacinella nell’armadietto, la riempì di acqua più o meno calda e vi immerse il coccio. Nell’unica campagna di scavo a cui aveva partecipato nella sua breve carriera da archeologa, Michela si era trovata più volte a lavare la ceramica e, tutto sommato, era una delle attività che preferiva. La trovava rilassante: musica e chiacchiere a non finire erano necessarie al termine di una impegnativa giornata di scavo per ritrovare gradualmente il contatto con la realtà. Poi certo, stando chini sulla bacinella bisognava mettere in conto anche un certo mal di schiena e, avendo le mani sempre immerse nell’acqua, le mani screpolate. Ma era un piccolo prezzo da pagare in confronto al vivere un’esperienza nuova e fuori dalla norma.

Mentre quei pensieri fluttuavano nella sua testa, la terra sull’anfora si era ammorbidita e con le dita riuscì a rimuoverla alla superficie. Poi prese uno spazzolino e pulì meglio nella zona in cui vedeva tracce di altri graffiti. Alla luce giallastra del laboratorio, dopo vari minuti, un’iscrizione completa si stagliava di fronte ai suoi occhi.

Per ogni lettera che riconosceva lo sforzo di contenere la sua emozione saliva vertiginosamente ma, alla fine, riuscì a mantenere un atteggiamento professionale di fronte a questa scoperta inaspettata. 

Si avvicinò a Vincenzo, che aveva da poco concluso di mettere in ordine : “Avevi ragione tu, sull’anfora non c’era nulla di interessante…”

“Te l’avevo detto!! – disse Vincenzo esultante. “Poco male, almeno hai lavato il pezzo!”

“Già, sempre meglio pulire bene tutto. Non c’è nulla di interessante eccetto un’iscrizione graffita in alfabeto greco. C’è scritto Menofilo! Ci vediamo domani, dopo il mio esame, così cerchiamo di capire chi poteva essere questo misterioso personaggio!” disse Michela andandosene, con un sorriso furbetto stampato in faccia.

Vincenzo si voltò di scatto e vide il pezzo appoggiato accanto a lui. Con un filo di voce tremante, l’unica cosa che fu in grado di dire fu: “Va bene, a domani…”

Volete sapere come continua la storia? Appuntamento al prossimo post con il gran finale!

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