I post del lunedì

La nave che divenne un cavallo

Avete presente l’espressione “mi è crollato un mito?” Ecco, a me è successo più o meno un anno fa, leggendo un articolo su un quotidiano.

E poi che mito! Sono andati niente meno che a toccare il “mio” cavallo di Troia. Leggo che NON era un cavallo, ma… una nave!

Da sempre tutti conoscono la storia del cavallo di Troia e non vi sto nemmeno a dire quanto piacesse a me da bambina e quanto ci avessi fantasticato sopra. Il furbo Ulisse che si inventa l’inganno perfetto, facendo costruire un cavallo di legno come dono pacifico per fare credere ai Troiani di essere partiti; i Greci che si nascondono dentro la pancia del cavallo (e come ci saranno stati fitti e in silenzio!); i Troiani tutti intorno a questo grande cavallo lasciato sulla spiaggia che guardano il mare e non vedono più le navi greche ormeggiate; Laocoonte che scongiura i suoi concittadini di non accettare questo dono e di non portarlo in città; i Troiani esultanti che non ascoltano la profetessa Cassandra e trascinano il pesante cavallo dentro le mura e festeggiano la fine dell’assedio. E poi di notte, mentre tutti dormono, i Greci escono, aprono le porte della città, fanno entrare i compagni che si erano nascosti, e mettono a ferro e fuoco la città.

Un rilievo di arte gandharica mostra Cassandra con le mani alzate e il cavallo con le ruote che viene trainato da alcuni uomini (II secolo d.C.) ora al British Museum ( www.engramma.it/engramma_revolution/50/050_saggi.html)

Mi vengono subito in mente quadri, fumetti, scene di film e perfino alcuni giochi che hanno alimentato questa storia… come può non essere vera?

Il cavallo di Troia immaginato dagli sceneggiatori del film Troy (2004) (www.pinterest.com/billbeeb/teaching/)

 

La copertina del libro di T. Deary illustrato da M. Brown, in una edizione di quando ero piccola, con il cavallo di Troia in copertina.

“Sei una archeologa” – mi ha detto una vocina – “sai che non ci si deve mai affezionare troppo alle ipotesi e alle storie, perché possono essere sempre messe in discussione e riscritte se si trovano nuove informazioni.”

“Ma a me piace tanto quella storia!” – ha ribattuto un’altra vocina… Che potevo fare?

Ho cercato di zittire la bambina che è ancora dentro di me e ho inforcato gli occhiali che adesso mi servono per leggere, perché l’articolo mi ha molto incuriosito e ho deciso di andare più a fondo nella questione.

Ho letto così tutto quello che ho trovato nei mesi successivi e adesso che la “delusione” per il mito del cavallo di Troia è passata, ho pensato di raccontarvi come è nato questo gigantesco equivoco.

Il mistero è stato svelato da un bravo archeologo italiano che si chiama Francesco Tiboni e che adesso lavora presso l’Università di Aix en Provence.

Non ha fatto una nuova scoperta nel meraviglioso sito della città di Troia, ma ha letto con intelligenza i molti indizi che erano sparsi qua e là nei testi antichi e le immagini rappresentate su alcuni rilievi, costruendo una nuova ipotesi molto interessante di come i Greci finirono per conquistare la città che avevano assediato da tanto tempo.

Tutto nasce dalla parola che nei testi antichi è associata allo stratagemma con cui i Greci si impadronirono di Troia: hippos.

Non vengono in mente anche a voi l’ippica e l’ippodromo? Naturale, perché hippos in greco significa appunto cavallo e da questa parola sono derivati alcuni vocaboli molto comuni nella lingua italiana. Nei poemi scritti da Omero che raccontano le vicende della guerra di Troia, questa parola ricorre alcune volte e uno dei passi mi pare molto significativo; Penelope sta parlando del figlio Telemaco:

“Araldo, perché il mio figliolo è partito? non aveva bisogno di salire sulle navi veloci che per gli uomini sono i cavalli del mare” (Odissea, IV 708-709).

I cavalli del mare di cui parla Penelope sono quindi un particolare tipo di imbarcazione con una decorazione in legno a forma di testa di cavallo che veniva posta sulla prua della nave; in gergo tecnico questa parte della nave si chiama polena.

Francesco Tiboni, che si occupa proprio di archeologia navale, sa bene che questo tipo di imbarcazione era stata inventata dai Fenici e che la sua particolarità era quella di essere riservata a un trasporto speciale, quello di metalli e merci preziose.

Come era fatta?

Per saperlo possiamo ricorrere alle “fotografie del tempo”, ovvero le raffigurazioni che si trovano su alcuni rilievi scolpiti o su alcuni vasi dipinti nell’antichità.

Le più antiche immagini che ritraggono un hippos risalgono più o meno a circa 3000 anni fa.

Eccone alcune:

Alcuni uomini scaricano da due hippoi metalli preziosi per il sovrano Salmanasser III nel rilievo in bronzo che decorava la porta di accesso al suo palazzo di Balawat (859-824 a.C.) oggi al British Museum (da Fontan 2014).

 

Un hippos fenicio rappresentato in un bassorilievo del palazzo di Khorsabad, la capitale del regno degli Assiri (722-705 a.C.), oggi al Museo del Louvre (www.adnkronos.com/cultura/2016/06/22/cavallo-troia-era-una-nave-sfatato-mito-millenario-del-quadrupede_SuGCeT5B4g6u07CoModj9J.html)

 

Quando Omero scrisse la storia della guerra di Troia, i suoi contemporanei sapevano benissimo che il termine hippos identificava un preciso tipo di nave.

Quindi, quando scrisse che i Greci costruirono un hippos da lasciare come dono per i Troiani, facendo credere loro di essere partiti per sempre, chi ascoltava o leggeva queste parole, sapeva bene che si trattava di una nave.

Ecco come doveva essere un hippos fenicio (www.vnews24.it/2016/06/23/cavallo-troia-mito-nave/#title60065)

 

E se ci pensiamo bene, torna proprio tutto alla perfezione.

Se sostituiamo la parola nave alla parola cavallo, la storia non cambia, ma anzi, diventa tutto più realistico!

La dea Atena suggerisce ai Greci di costruire una nave che agli occhi dei Troiani sarebbe apparsa come un dono, perché solitamente con questo tipo di imbarcazione si portavano materiali preziosi; non solo, ma l’inganno sarebbe stato ancora più efficace, perché i Troiani non avrebbero mai sospettato di una nave fenicia (e non greca)!

Nella stiva di una nave, inoltre, si sarebbero potuti nascondere molti più soldati che nella pancia di un cavallo! E poi ancora: una nave avrebbe avuto dei portelloni che non avrebbero destato alcun sospetto mentre un cavallo di legno “apribile” sarebbe stato un po’ insolito.

Un possibile dialogo tra due Troiani mentre portano l’hippos dentro le mura della città (stelladacqua.wordpress.com/2014/09/11/la-mitologia-al-cinema/)

Insomma… non vi pare che tutto fili liscio come l’olio?

Ma allora, come è nato questo equivoco?

Probabilmente con il passare del tempo, l’imbarcazione con la polena a testa di cavallo smise di essere utilizzata e il termine hippos rimase solo a identificare il cavallo; per cui, chi lesse e successivamente tradusse il testo di Omero dal greco, tradusse semplicemente hippos con cavallo.

Un piccolo, grande “errore” di traduzione.

A volte non ci rendiamo conto di come una semplice parola possa cambiare la storia, ma è proprio così!

Questa “imperfezione” nacque in epoca molto antica, quando nelle pitture comincia a comparire la figura del cavallo collegata allo stratagemma di Greci per conquistare Troia. Eccone una:

Pittura su un piccolo vaso (aryballos) dall’antica Cerveteri che rappresenta l’episodio del cavallo di Troia (560 a.C.) (da Fuchs 2007).

 

Il poeta latino Virgilio nel I secolo a.C. diffuse poi nella cultura occidentale la versione dell’inganno con il cavallo traducendo il termine hippos con equus, cioè cavallo (da equus derivano infatti equitazione, equino…).

Omero era stato molto preciso utilizzando la parola hippos: voleva proprio raccontarci un particolare tipo di imbarcazione. In più punti dei suoi poemi, dimostra infatti una grande cultura navale e gli archeologi che si occupano di ricostruire la storia a partire dalle tracce materiali delle navi antiche lo tengono in gran conto.

Proprio loro, ripartendo da quella parola precisa utilizzata da Omero, oggi hanno potuto comprendere che il trucco usato dai Greci per introdursi dentro la città di Troia ebbe la forma di una nave e non di un cavallo.

Tutto molto più credibile, è vero, ma ora chi glielo spiega alla mia testolina che devo sostituire l’immagine del maestoso cavallo di Troia di uno dei miei libri di quando ero bambina con quella di una nave?

Comment here